Mente e Gambe | I figli trofeo: quando l’egoismo supera la genitorialità.

I figli trofeo: quando l'egoismo supera la genitorialità.

Quante volte vi è capitato di sentire “Ah, mio figlio è un campione del ciclismo, proprio come lo era il papà!”? Siamo di fronte al diffusissimo fenomeno dei figli trofeo, ovvero quei bambini bravi in uno sport che vengono spronati dai genitori a migliorarsi ogni volta e a raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi per poter primeggiare sugli altri. Possibile che dei semplici bambini di dieci/dodici anni, che giocano a nascondino con i loro amici, si possano trasformare in macchine da guerra competitive e perseveranti anche per una semplice gara ciclistica? È possibile, ma è molto raro. È più probabile che alle spalle di questi bambini ci siano dei genitori, solitamente dei padri, che da giovani erano dei ciclisti, facevano delle corse in bicicletta magari anche a livello professionistico, ma che non sono riusciti a raggiungere gli obiettivi tanto sperati.

Se durante l’età adulta questo senso di sconfitta viene elaborato e sostituito con altre vittorie personali, come una buona carriera, un matrimonio ben riuscito e una cerchia di amici affettuosi, tali persone non sentiranno il bisogno di proiettare sui propri figli tutti i rimorsi e le delusioni del passato. Anzi, il bambino verrà considerato una persona unica, con le proprie passioni e le proprie potenzialità, che nulla hanno anche a fare con i vecchi ardori del padre. Purtroppo però non capita sempre questo e spesso si vedono dei genitori che modellano le passioni del figlio come una vetraio fa nella sua bottega: il bambino diventa un’appendice dei loro desideri, una grande anfora da riempire con i loro sogni irrealizzati e con le fatiche di competizioni che non appartengono ad un bambino che frequenta una classe elementare.

Imparare ad andare in bicicletta con il papà. Bimbo in bicicletta senza pedali

Dal punto di vista psicologico, si potrebbe dire che i genitori proiettano sul figlio tutto ciò che non hanno raggiunto nella loro vita e che ha creato un senso di fallimento disgregante che li ha accompagnati durante l’età adulta, come il non aver vinto una medaglia e l’aver perso le selezioni per il Giro d’Italia. Queste persone vedono nei figli l’immagine di Sé riflessa allo specchio, ma più giovane: sentono di avere la possibilità di riscrivere la loro storia, eliminare i fallimenti e raggiungere finalmente il primo posto nelle gare. Essere acclamati e ricordati dal pubblico che li segue a casa, indossando trionfante la Maglia Rosa.

Per poter raggiungere tutto questo, trasformano i propri bambini in super Campioni del Ciclismo Giovanile, sostituendo il gioco con l’agonismo e i cartoni con le gare di M. Pantani, quando a soli 14 anni divenne già una leggenda con la vittoria a Case Castagnoli di Cesena. Il loro calendario diventa fitto di impegni: l’iscrizione alla Federazione Ciclistica Italiana, le competizioni Regionali come quelle in ricordo di A. Arese e quelle Internazionali, come il Meeting in memoria di A. Morelli.

Il genitore proietta, e il bambino cosa fa? “Introietta”, cioè recepisce tutto ciò che i genitori gli trasmettono e lo rende proprio, pensando alla fine che la passione per la bici, per la corsa, sia tutto “farina del suo sacco”. Non tutte le storie sono a lieto fine, e può capitare che il figlio dica al genitore: “Basta, non mi interessa più andare in biciletta!” In quel momento si infrangono tutti i sogni del genitore, magari proprio quando si è ad un passo dalla vittoria ultima, quella tanto agognata. Il senso di fallimento ritorna, bussa alla porta della mente come un’ombra scura, incessante e sempre più insistente. D’altra parte si ha un ragazzino che si è perso tanti giochi della sua infanzia, tante feste degli amici per allenarsi e seguire un sogno che non era il suo: diventare una leggenda come Fausto Coppi.

Fausto Coppi Padre e figlio.

Questo articolo ha lo scopo di illustrare, anche in maniera più forte e ed estrema, ciò che accade quando i genitori non riescono a mettere davanti al loro egoismo, i principi sani della genitorialità, che prevedono un amore incondizionato per i figli e la possibilità di far scegliere loro lo sport che amano. A volte queste persone non si accorgono neanche dei danni che stanno facendo e purtroppo lo capiranno solo quando sarà troppo tardi. Dunque, il mio consiglio è quello di guardarsi sempre dentro, imparare a conoscersi e a capire cosa ci è piaciuto e cosa ci ha fatto stare male nella vita e cercare di elaborarlo, sviscerarlo in tutte le sue parti e sistemare i pezzi al loro posto, come un grande puzzle. Quando avremo la consapevolezza di ciò che siamo o non siamo riusciti a fare, potremmo rapportarci in maniera migliore ai nostri figli, dicendoci “Mio figlio non sono io. Lui non deve essere il mio trofeo di rivalsa su ciò che non ho ottenuto e non devo impedirgli di seguire le sue passioni”.

Padre e figlio bicicletta Cina. Padre si rispecchia in figlio.

È dannoso per lo sviluppo psichico del bambino imporgli una scelta obbligata, un allenamento severo tutte le domeniche e lo stress delle competizioni domenicali. I bambini hanno il diritto a non essere campioni, a non eccellere per forza in ciò che fanno. Bisognerebbe semplicemente incitare i propri figli ad avvicinarsi al ciclismo, perché è uno sport bellissimo, pieno di soddisfazioni, che aiuta a sviluppare lo spirito di squadra e la sana competizione. Diversamente da altri sport, è più completo, perché permette di coniugare l’attività fisica con l’aria aperta, e con la scoperta di nuovi paesaggi montani, collinari e cittadini. Si potrebbe spiegare ai bambini che il mondo delle due ruote ha tante sfaccettature, tra le quali sicuramente vi è la vittoria di una gara, ma che non bisogna soffermarsi solo su quello, ma migliorare le proprie capacità per percorrere la salita fino in cima, e una volta arrivati, guardarsi indietro con soddisfazione.

Cosa si può insegnare ai nostri figli? Che la vita è come una corsa in bicicletta. Si percorrono sempre strade diverse, si devono affrontare ostacoli nuovi, si incontrano altri ciclisti sul nostro cammino che rimangono al nostro fianco per tutti il tragitto oppure che alla prima svolta girano.
Ma alla fine, ciò che importa, è essere felici quando si pedala e non cercare solo di essere i primi della fila.

Post Correlati

Scrivi un commento

Effettua il login per commentare.